lavorare sì, ma come?

Piccole imprese, free lance, microstudi professionali: così lavorano i creativi in Lombardia e a Milano. Vale anche per il design, in tutte le sue forme (pubblicità, web, etc). I professionisti del settore sono in alcuni casi lavoratori dipendenti ma assai più spesso operano come consulenti. L’esplosione della bolla di Internet nel 2000, l’impatto dell’11 settembre, la recessione dell’ultimo biennio hanno spinto all’auto-imprenditorialità. L’indagine sui giovani designer del Salone Satellite svolta dal Consorzio Aaster nell’ambito del progetto Creatività 2009, evidenzia come la grande maggioranza si riconosce nella categoria dei free lance (37,1%) o dell’imprenditore (30,8%), mentre solo il 12,7% è un lavoratore dipendente stabile e il 3% appena è un tempo determinato. Nei Paesi emergenti, sottolinea ancora l’indagine, “è più elevata la quota di lavoratori dipendenti stabili (20,3%), indice probabilmente di un inserimento nel mondo del lavoro in studi professionali di maggiori dimensioni”. Quanto al tipo di specializzazione, prevalgono le categorie dell’industrial (47,2 %) e dell’interior design (24,8%).

A proposito di auto-imprenditorialità.
Due i fattori che incoraggiano l’auto-imprenditorialità. Numero uno: i contatti. La crisi determina ristrutturazione e assottigliamento dei reparti creativi. E tra gli espulsi c’è soprattutto chi può disporre di un proprio pacchetto di relazioni, costruite giorno dopo giorno. “Ho lavorato in azienda dal 1999 al 2002”, spiega uno degli intervistati nel rapporto di Aaster e Camera di Commercio, “poi ho deciso che nel mio settore dovevo necessariamente fare il free lance. Quando sono uscito avevo ancora tutti i rapporti instaurati con le web agency di Milano. Per me sono ancora la fonte numero uno di lavori”. Secondo fattore: la fuga da condizioni di lavoro precarie e in peggioramento sia dal punto di vista economico che sotto il profilo delle mansioni. Tutto questo è illustrato molto chiaramente nel rapporto
“Tribù creative” .