chimica

Intervista a Daniel Lapeyre, vicepresidente Farmindustria.

Dicesi “anticiclico” quel settore economico che gira sia con il bello che con il brutto tempo. Ovvero, nelle fasi di crescita come in quelle di rallentamento e recessione. L’alimentare, per esempio, è un comparto anticiclico: la gente compra cibo e bevande sempre, perché si tratta di una spesa essenziale. E anticiclico è anche il farmaceutico. “In questi anni ha dimostrato una resistenza straordinaria”, dice Daniel Lapeyre, vicepresidente di Farmindustria .

L’occupazione ha tenuto, quindi?
Serve una premessa. Dobbiamo considerare che il comparto comprende tre ambiti: quello della produzione industriale, quello della ricerca e, per finire, l’informazione medico-scientifica sul farmaco. Devo dire che nell’industria l’occupazione ha tenuto abbastanza, almeno rispetto ad altri settori: il ricorso agli ammortizzatori è stato ridotto, e in alcuni casi abbiamo addirittura registrato un aumento dei posti di lavoro. A livello internazionale, è essenziale potenziare la capacità di competere. Per questo, occorre qualità. E qualità vuol dire professionisti altamente qualificati. Le nuove assunzioni riguarderanno proprio addetti con alto profilo tecnico. Questo dipende anche dall’innovazione tecnologica che ha interessato il settore. Con i nuovi macchinari e le nuove apparecchiature, l’operaio in senso classico non esiste più: quello che occorre è personale iperqualificato che sappia gestire il processo tecnologico.

E per quanto riguarda la ricerca?
Qui bisogna differenziare tra ricerca a monte – vale a dire la ricerca di nuove sostanze – e la ricerca clinica. La prima, cioè la drug discovery, attraversa una fase di stallo e di cambiamento: c’è la necessità di rivedere il modo di fare ricerca anche attraverso l’apertura a forme nuove di collaborazione tra istituzioni private e aziende, con un network in continuo divenire. In questo ambito serve personale giovane, flessibile, disposto anche ad andare all’estero. Per quanto riguarda la ricerca clinica, posso dirmi più ottimista. Anche qui, però, si può fare di più. Soprattutto per le fasi uno e due, che vanno potenziate. Occorrono nuove figure professionali, che non siano soltanto medici. C’è chi progetta la molecola, chi la testa in laboratorio, chi la esamina negli studi clinici. Un cammino di competenze incrociate e interdisciplinari. I drug designer, per esempio, progettano le molecole al computer e compiono una prima selezione. Ci sono poi i chimici, i biochimici, i farmacologi, i microbiologi, a cui compete lo sviluppo successivo. I biologi molecolari lavorano inoltre sulle informazioni genetiche, sviluppando i nuovi farmaci biologici o biotech.

Cosa può dirci sul “terzo pilastro”, l’informazione medico-scientifica?
Sta attraversando una fase critica. Negli ultimi due/tre anni abbiamo perso più di settemila posti di lavoro. Ma è un problema strutturale. L’informazione scientifica serve ancora, ma deve cambiare pelle. Bisogna ridurre e controllare le visite mediche, che vanno ripensate da un punto di vista quantitativo e qualitativo. Non ci si può più soltanto limitare alla promozione del farmaco: occorre portare informazioni sulla patologia e sulla cura. Dobbiamo creare una nuova figura professionale, specializzata in una nicchia e in grado di gestire l’intero “pacchetto”. Il nuovo informatore medico-scientifico del farmaco deve sapere tutto su una malattia e sui farmaci in grado di curarla. Il suo compito va inteso così: come il contributo di conoscenze al medico per un migliore accesso dei pazienti alla cura. Oggi il settore farmaceutico è impegnato a formare persone in grado di parlare con i medici e tutti gli altri operatori sanitari. L’informatore deve avere un’impostazione altamente scientifica.

Ricapitolando: voi cosa state cercando, in questo momento?
Dall’amministrazione alla comunicazione, stiamo cercando persone disposte a muoversi. Per tutti gli ambiti sanitari: produzione, ricerca, gestione, vendita. Non ci sono discriminazioni anagrafiche. Certo, se i candidati sono giovani è meglio, perché in linea di massima hanno meno vincoli. Ma in generale, quello che veramente fa la differenza è l’attitudine al cambiamento: servono uomini e donne disponibili a viaggiare e a spostarsi, anche all’interno della stessa azienda, che non si fermino cioè dentro un ruolo o in un luogo.

Alcuni sostengono che il settore farmaceutico sia destinato a crescere ancora, per la maggiore possibilità di accesso ai farmaci e per l’invecchiamento della popolazione. Condivide questa previsione?
Sì, la condivido. Credo inoltre che molte opportunità possano arrivare dai Paesi Emergenti. Mi riferisco al famoso Bric: Brasile, Russia, India e Cina. Sono realtà in crescita, dalle quali  già sta arrivando e sempre più arriverà richiesta di nuove tecnologie e di farmaci. E’ importante che le aziende del settore restino competitive sulla scena internazionale. L’Italia ha recuperato, ma non deve fermarsi. Personale qualificato e una migliore allocazione delle risorse pubbliche: sono le due cose – essenziali – di cui abbiamo bisogno.